NOTE DI SERGIO DALLA VAL
Clinica - Febbraio 2025
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Clinica - Febbraio 2025
In ogni tempo i saggissimi hanno giudicato la vita allo stesso modo: essa non vale niente… Sempre e ovunque si è udito dalla loro bocca lo stesso accento – un accento pieno di dubbi, di melanconia, di stanchezza della vita, un accento pieno di opposizione alla vita”. Così scrive nel 1888 Friedrich Nietzsche nel libro Crepuscolo degli idoli. E prosegue annotando che è impossibile, per chi vive, giudicare la vita. La vita vale, la vita non vale? E cosa vale? Vale la pena, la fatica, la candela? In effetti, come potere pensare, giudicare, valutare la vita senza farne una rappresentazione o un’idea, senza assoggettarla all’arbitrio dell’idea, cioè limitarla, appiattirla, sottoporla al pregiudizio?
La vita potrebbe essere giudicata solo partendo dalla vita ideale, per cui la vita sarebbe annullata dall’idea della vita, anzi la vita verrebbe guidata dall’idea del nulla. L’idea della vita è l’idea della cosa: idea dell’oggetto e della causa, del tempo e dell’Altro. “Questa è la cosa, la cosa che conta, la cosa che vale, la cosa in sé e per sé”. Vi è chi si dà pena nel tentativo di stabilire l’oggettività o di fissare la causalità, di gestire il tempo o di controllare l’Altro? Questa idea della cosa trae la vita nell’alternativa tra bene e male, che diventa alternativa alla vita, sorretta dall’idea di morte. L’idea della vita è l’idea della morte, e la paura della morte è la paura della vita.
La cifrematica, la scienza della parola, constata che chi parte dall’idea della cosa confronta la vita con il suo spettro, costruisce una realtà spettrale, una realtà basata sul giudizio di sé e sul proprio ghénos familiare e sociale. Tolti, idealmente, l’oggetto e la causa, il tempo e l’Altro, accade che il dire, il fare, lo scrivere vengano sottoposti al detto, al fatto, allo scritto di riferimento, al riferimento ideale. E quale miglior riferimento di quello dell’idea del proprio ghénos ideale e sociale? Quale canone morale migliore della famiglia presunta d’origine, che è la famiglia ideale, rispetto a cui la propria famiglia, la famiglia storica, diventa positiva o negativa, redenta o dannata? L’idea di alternativa, per esempio rispetto alla propria famiglia, alla propria ricerca, alla propria impresa è debitrice dell’idea della cosa, del giudizio morale su di essa dettato dall’ideologia familiare e sociale, dunque dall’idea di origine o iniziale.
La realtà spettrale, tentando di sostituirsi alla realtà della cosa, all’oggetto e alla causa, al tempo e all’Altro, tenta di eliminarli: è la realtà della morte. Questo ghénos ideale che nutre la realtà spettrale, questa idea di famiglia di origine o iniziale dovrebbe negare la famiglia come mito e come traccia, da cui procede il dispositivo del gerundio della vita. Della famiglia non abbiamo idea, per questo è mito e traccia. In questa famiglia come modo dell’apertura, famiglia che è impossibile qualificare ristretta o allargata, tradizionale o alternativa, non c’è conoscenza, tanto meno del bene e del male. La famiglia in cui c’è conoscenza è tragica, toglie qualsiasi occasione di dispositivo tra i familiari. Solo in assenza di conoscenza, nella famiglia come traccia e non come linea, non c’è una lingua unica, che si nutre della lingua dei litiganti, né il dialogo, che si nutre del conflitto. La famiglia come traccia, come apertura vanifica l’idea sulle relazioni, buone o cattive, tra i familiari, che sarebbero la causa di ogni guerra di famiglia.
L’idea di relazione doppia l’idea della cosa. Sottoposta all’idea di relazione, ogni cosa può divenire relativa, dunque essere confrontata, paragonata, parificata, omologata. Così impera l’idea di uguale. Dell’idea di uguale è tributaria la spettralità, nei suoi due aspetti, la fascinazione verso lo spettro o l’affrontamento contro lo spettro, che risentono della relazione ideale. La fascinazione e l’affrontamento spettrali, cioè dipendenti dall’idea di ghénos, dall’idea di uguale sociale e famigliare, negano l’identificazione, l’instaurazione dell’oggetto e della causa della parola, condizione intangibile e inderogabile di ciascuna esperienza. L’identificazione è virtù dell’oggetto e della causa, come l’audacia, come lo sdegno, come l’entusiasmo. Virtù dell’oggetto, non del soggetto, essa non dipende né costituisce un’identità perché non procede da un’idea di sé ma dall’apertura, dalla traccia: per questo non rientra in un sistema, non favorisce l’unione, non offre supporto alle masse e alle comunità di spirito. L’identificazione non consente l’uguaglianza, che vorrebbe negarla, fissarla, parteciparla: ma in questo modo la prova di realtà e di verità si muterebbero nella ricerca di obiettività e nella ricerca delle cause, cioè nell’obiettivismo e nel causalismo che trasformano la vita in una realtà penale e penitenziaria.
“Lo spettro è un oggetto che ritorna sul soggetto”, scrive Armando Verdiglione nel libro Il gerundio della vita. Analisi e clinica(Spirali, 2022, eBook). In nome del sé ideale, dell’idea di sé, ognuno è limitato e difettoso, si autoaccusa e si autocritica e considera ciascuna annotazione, ciascun apporto come accusa e come critica, attribuendo i suoi spettri alla realtà, che così viene annullata dalla sua soggettività, sempre mancante rispetto alla conoscenza di sé, all’idea di sé. L’identificazione non consente questa conoscenza spettrale, impedisce il ritorno dell’oggetto sul soggetto perché non conosce il suo oggetto e la sua causa, per questo non può considerarli buoni, come nell’euforia, o cattivi, come nella disforia, per questo non supporta la mania e la malinconia che la filosofia e la psichiatria, da Platone a Charcot, considerano patologie soggettive del presunto rapporto con l’oggetto. Segnatamente, il filosofo e lo psichiatra avrebbero con l’oggetto un rapporto corretto, basato sulla ragione, dettato dall’idea di bene, mentre l’artista o il folle sarebbero vittime di un rapporto scorretto, basato sulla passione, cioè sul venir meno della ragione, per delirio o per errore, dunque orientato al male. Come scriveva il filosofo Christian Thomasius nell’Introduzione alla dottrina della ragione (1691): “Come questa ragione, in quanto è l’essenza primaria dell’uomo, è indiscutibilmente un bene, così la sua privazione, che si chiama follia o delirio, o la sua diminuzione, ovvero l’idiozia, l’errore, la sragione ecc., è un male. E ciò che rafforza e conserva la ragione è bene, ciò che la indebolisce o la diminuisce è male”.
Ma, nel 1781, nella Critica della ragion pura, Immanuel Kant compie un passo ulteriore definendo come “mancato rispetto dei limiti della ragione” il fanatismo, che viene poi contrapposto all’entusiasmo: “Il primo crede di sentire una comunione immediata, straordinaria con una più alta natura, mentre il secondo indica la condizione di un animo eccitato oltre la misura conveniente, ora mediante massime della virtù patriottica, ora dell’amicizia, ora della religione, senza che vi abbia a che fare un’immaginaria comunione spirituale”. Nel primo caso si tratta di un errore conoscitivo, di una credenza, nel secondo di un’esaltazione, di un affetto, seppur riscattato da un’idea di bene, come scrive altrove: “L’idea di bene congiunta con un affetto si dice entusiasmo”. Ma, poiché per Kant l’affetto “non può meritare in alcun modo la benevolenza della ragione”, per riabilitare l’entusiasmo deve considerarlo “esteticamente”, e allora “l’entusiasmo è sublime, perché è una tensione delle forze psichiche prodotte da idee, le quali danno all’animo uno slancio di gran lunga più potente e durevole dell’impulso che deriva da rappresentazioni sensibili”.
Sospeso tra l’idea di male in Thomasius e l’idea di bene in Kant, l’entusiasmo come virtù dell’oggetto dell’identificazione viene, idealmente, cancellato. Ma con questa cancellazione l’entusiasmo viene sottoposto all’idea di possessione, secondo l’etimo enthéos, composto di en (in) e theós (dio) per cui enthousiázein sarebbe “essere posseduto dalla divinità” e relegato alla divinazione e alla mantica. Pervaso dall’entusiasmo è il poeta che declama versi nello Ione e nel Fedro di Platone, invasa dallo pnėuma enthousiastikón è la Pizia dell’Oracolo di Delfi secondo La geografia di Strabone. Risuona della parola delle Muse il poeta, viene penetrata (di qui lo sdegno morale di San Giovanni Crisostomo) dal soffio del dio la Pizia, ed entrambi resteranno il prototipo del soggetto della manìa (da màinomai, essere agitato, pazzo), mania poetica e mania femminile. Anche la Pizia, come il poeta, non detiene la conoscenza, ma anche per lei quest’ultima proviene come virtù ideale, proviene dall’idea di dio. Nel momento in cui ha a che fare con questa idealità, ha a che fare con la conoscenza, e in virtù di questa conoscenza basata sull’entusiasmo spirituale, la Pizia può divinare, in modo spettrale, l’avvenire e il divenire.
Alla possessione, che pure considera sacra perché proviene da un dio, Platone contrappone il principio di padronanza, virtù del filosofo, con la sua conoscenza razionale, a fin di bene, decretando la condanna della poesia come pericolosa e inadatta all’educazione del cittadino. Ma la conoscenza platonica non nega la mantica, ne è una variante. La cancellazione dell’entusiasmo lo relega nelle dottrine misteriche, con il loro tentativo di padroneggiare la mania, il furore, il fanatismo (che deriva da fanum, tempio, e che Cicerone usa per primo per indicare coloro che “avevano la pretesa di parlare in nome di Dio”). Chi più del fanatico accampa una corretta idea dell’oggetto e della causa? Chi più del fanatico tenta il monopolio dell’entusiasmo chiamandolo fanatismo altrui? L’accusa di possessione, di mania, di fanatismo, ovvero l’esorcismo dell’entusiasmo è una modalità spettrale, un’attribuzione dei propri spettri all’Altro. Nell’accusa di fanatismo, l’entusiasmo acquisirebbe un accento religioso, fideistico. Ma l’entusiasmo non è un prodotto della fede, la fede trova la sua condizione nell’entusiasmo: la fede è l’idea impossibile dell’oggetto e della causa assoluti e indisponibili nella parola, oggetto e causa di cui l’entusiasmo e l’identificazione sono virtù. Vanamente l’invidia, il cui colmo è l’invidia di sé, tenta di cancellare l’identificazione: ne sortisce il rancore nella sua forma più insidiosa, magari sotto la coltre di un formale rispetto, di una conforme adesione in assenza di lealtà. Il rancore in tutta la sua sordità. Senza l’entusiasmo l’idea di morte dilaga, perché nulla ha valore, tutto è negato dal confronto con l’ideale, nel presupposto della conoscenza.
Senza l’identificazione, nessuna vendita e nessuna impresa e ognuno si assegna i confini che siano conformi alle sue idee, che pensa di potere correggere. Ma l’idea è incorreggibile dal soggetto, che la ignora e che ne viene travolto: questa è la fede non religiosa, l’operazione costruttiva, l’operazione non spirituale. Mentre lo spiritualismo religioso, anche quello laico o quello personale, è legame sociale, è l’idea che guida la relazione, in nome della relazione ideale, innanzi a cui ognuno si sente mancante. Ma nessun dio può stare in luogo dell’oggetto e della causa nella parola, che sono insituabili, che non hanno luogo. Come stupirsi se, con la tentata spiritualizzazione dell’entusiasmo, il romantico “sentimento oceanico” comporta il dilagare della malinconia, l’apparente venir meno della tensione e della direzione, il sentirsi bloccato dall’idea di fine del tempo e di fine di ogni cosa? L’entusiasmo come proprietà dell’oggetto e della causa non è la lotta del soggetto per un oggetto e per una causa, che vengono meno solo quando emerge la loro realtà spettrale, cioè dettata dal ghénos familiare e sociale.
L’entusiasmo è la condizione della tensione linguistica, dunque intellettuale, e del dispositivo di forza che la ricerca e l’impresa di ciascuno esigono. Questa tensione non affatica, non diventa pesante perché non deve sostenere l’entusiasmo, ma trova nell’entusiasmo, nell’identificazione come virtù dell’oggetto e della causa la sua condizione e la sua garanzia. A questa tensione senza páthos non si approssima l’impulso di cui parla Kant, ma la pulsione di Sigmund Freud, la forza di Leonardo da Vinci e la virtù di Niccolò Machiavelli.
La tensione è un’istanza costante, instancabile, indelebile. L’opposizione alla vita non riesce, nonostante l’invidia. Non si cancellano l’entusiasmo e la forza, l’esperienza e il dispositivo: dicendo, facendo, scrivendo, il gerundio in atto non ci affida al peso dell’arbitrio del pensiero, delle proprie idealità. Sentire la pressione? Sentire lo stress? Anche tentare di ridurre la sensazione a sentimento non vale a patologizzare la tensione, la tendenza irrefrenabile delle cose in direzione della qualità, del valore. Questa è la rivoluzione cifrematica. Questo è il valore della vita che i filosofi mancano, anche secondo Giacomo Leopardi, che nello Zibaldone scrive: “Ragione e vita sono due cose incompatibili”, e più oltre aggiunge: “La salvaguardia delle libertà delle nazioni non è la filosofia né la ragione, come ora si pretende che queste debbano rigenerare le cose pubbliche, ma le virtù, le illusioni, l’entusiasmo, in somma la natura, dalla quale siamo lontanissimi. E un popolo di filosofi sarebbe il più piccolo e codardo del mondo”.
Qual è il modo del fare, dell’impresa, della riuscita? Come fare? In qualche modo? In modo interessante? A modo proprio? In modo personale? In modo diretto? In modo sacrificale? In modo facile? O suaviter in modo, come dicevano i gesuiti e come direbbe oggi Richard Thaler con la sua “spinta gentile”? Est modus in rebus, dicevano i latini, ma il modo non è la maniera, l’usanza, il protocollo dell’azione. Non serve alla modellistica professionale o confessionale, dunque sociale. Quali sono i modi dell’atto? Cosi Armando Verdiglione incomincia la lettera del 19 novembre nel libro Il vento e l’orizzonte. Il dispositivo cifrematico, di prossima pubblicazione: “Il modo della mia vita è il modo della parola: non è il modo che io penso, non è il modo che io voglio per ciò che io penso, non è il modo comune, non è il modo conforme all’arbitrio del pensiero, non è il modo rispondente alle mie convinzioni, non è il modo convenzionale, non è il modo che dipende dalla conoscenza”. Ma allora di cosa si tratta nel modo della parola?
Il dialogo, due persone che parlano, può sembrare il modo della parola. Ma di che due si tratta nel dialogo e nella sua variante, il monologo? Di certo, non il due come apertura, come contraddizione, come ironia: dialogo e monologo dovrebbero definire l’interlocuzione come sistema, come macchina e tecnica per (non) comunicare, ripartendola tra chi domanda e chi risponde. Questa è la relazione sociale, ideale, in cui chi domanda deve domandare correttamente e chi risponde deve rispondere correttamente. Ma, allora, può accadere che chi dovrebbe rispondere correttamente avanzi la pretesa che chi domanda domandi correttamente: sorge così la dittatura dello schiavo di Menone, del parlante natìo di Noam Chomsky, della vittima sacrificale, del figlio ideale. Essi vogliono la correttezza della domanda, vogliono essere domandati correttamente, per sentirsi a proprio agio, rispettati, riconosciuti, amati, ma correttamente, ovvero come vogliono loro. Questi modi del monologo e del dialogo sono i modi della correttezza, della linea retta che deve fare circolo: questa correttezza sociale è la base della comunità ideale, per questo si avvale del politicamente corretto, dunque della cancel culture. Come potrebbe instaurarsi il modo della parola in questa comunicazione circolare, spirituale, mortifera, nullista?
Il modo della parola non è quello del dialogo, imperniato sulla domanda d’amore e sulla dialettica del riconoscimento, è il modo della domanda di cifra, domanda di qualità. È il modo della pulsione, della tensione in direzione del valore, non della buona relazione. È il modo della domanda indispensabile per l’impresa e per la nostra vita perché non aspetta l’offerta, la richiesta, la proposta. Il modo della riuscita non aspetta che ci venga offerto, proposto, richiesto qualcosa. Questa domanda dissipa il rapporto mercenario: non perché non punta al profitto o al guadagno, che sono indispensabili per la riuscita, ma perché la domanda che va in direzione della qualità è domanda di cifra, di valore, non è domanda di Altro o dell’Altro, domanda sempre richiesta per essere sempre elusa, o sempre rifiutata per essere sempre eseguita.
Oltre al modo della pulsione, il modo della parola esige il modo delle funzioni. Nell’aritmetica della parola, che non sottostà ai canoni algebrici e geometrici, non c’è dipendenza funzionale, né convertibilità tra relazione e funzione, il cui modello sarebbe illustrato dalla “funzione di padre” e dalla “funzione di figlio”. Nella parola, pater e filius sono indici delle funzioni, non consentono che le funzioni divengano relazioni familiari. Neque filius sine pater? Ut pater ita filius? Il filius è indice della funzione di uno, ma non è uno dei fratelli, non è l’uno che supporta il principio d’identità. Parlando, l’uno è funzione perché non è uno, non è identico a sé. Il filius è indice di questa differenza, che trae al frater come alter filius. Ma l’alterfilius è il figlio che differisce da sé, non è il filiussottoposto all’idea di relazione, il filius in relazione con il frater, il filius che si rapporta con il frater, che si confronta con il frater. Questo confronto sarebbe intersoggettivo, dunque fratricida: solo se venisse tolto, idealmente, il frater, la differenza da sé del filius, potremmo erigere, idealmente, il soggetto. Per questo motivo il confronto con il frater è sempre spettrale: concerne l’idea di sé, la propria soggettività, e comporta l’idea di uguale, perché è basato sull’idea di relazione. Infatti, per confrontare A con B, devo metterli in relazione, e la messa in relazione è già la relazione sociale, che imperversa nelle aziende, nelle scuole, tra i consulenti. L’idea di relazione che regge il confronto è l’idea di uguale: confronto tra chi è più uguale (idea algebrica della relazione) e chi è meno uguale (idea geometrica di relazione), che diventa tra chi è più e chi è meno. Tra chi è più buono, cioè chi è il migliore, e il meno buono, chi è il peggiore, tra chi è più grande, il maggiore, e chi è più piccolo, il minore. Per questo la guerra per chi è più e per chi è meno è fratricida, è la guerra di famiglia, quella che Niccolò Machiavelli chiamava la “guerra bestiale”. La guerra di chi ha, chi è, chi fa di più e di chi ha, chi è, chi fa di meno, la guerra del più e del meno. La guerra di famiglia è spettrale, è basata sull’idea di uguale, idea genealogica, in cui importa la linea, o archeologica, in cui importa il frammento. Per riprendere la frase iniziale di Armando Verdiglione, è “il modo rispondente alle proprie convinzioni, e il modo convenzionale”, è l’arbitrio dell’idea, tanto più arbitrio dell’idea dell’Altro quanto più è creduta propria.
Altra cosa dalla guerra secondo il modo della parola, che è la guerra intellettuale, la guerra “civile”, ovvero in direzione del capitale della civiltà della vita, la guerra come proprietà dell’industria della parola, la guerra senza nemico. Nessuna relazione tra A e B, nessuna relazione tra il filius e l’alterfilius, che procedono dal due, dall’alleanza come modo dell’apertura, ma non sono due, tanto meno due parenti, due colleghi, due complici, due interlocutori. L’esperienza cifrematica indica che l’arbitrio dell’idea, in particolare dell’idea di relazione, è il fantasma materno, fantasma di padronanza: solo rappresentandoci la relazione possiamo tentare di padroneggiare la parola attraverso l’idea di sistema e l’idea di uguale. La realtà diviene spettrale se è conforme al fantasma materno, che sorregge immaginazioni e credenze: attenendosi al fantasma materno, lo spettro sta in luogo della cosa, cioè in luogo della causa e dell’oggetto, in luogo del sé, in luogo del tempo e dell’Altro. Tu immagini che questa sia la causa? Tu credi che questo sia il tempo? No, questo è il tuo spettro, dato dal tuo fantasma materno. Per esempio, basta leggere le motivazioni delle sentenze nei processi contro Armando Verdiglione per cogliere come i magistrati siano dominati dall’arbitrio dell’idea di aver trovato in lui un diavolo, che falsifica tutto, come il diavolo di Cartesio. Loro, che hanno negato, distorto, alterato ogni aspetto e ogni prodotto della realtà dell’esperienza del Movimento cifrematico, trovano in Verdiglione il loro spettro, quello che avrebbe falsificato tutto. Il modo del fantasma materno è il modo spettrale, trasforma la realtà in una realtà spettrale, negativa, mortifera, negando la realtà effettuale, che si attiene al modo della parola, alla modernità.
Il modo della realtà non è il modo della corretta idea della cosa. L’effettività e l’effettualità della realtà risaltano con la prova di realtà. La prova entra nella nostra partita, nella partita del gerundio della nostra vita: la realtà si prova quando la realtà si scrive, riesce, si qualifica. Questa è la realtà della nostra esperienza, della nostra impresa: ciascun giorno occorre che noi troviamo il modo della realtà della nostra vita. Noi troviamo il modo della realtà della parola: questa la nostra modernità. Facendo, noi ignoriamo la realtà spettrale della guerra di famiglia, che non ha presa nella realtà della parola. La nostra rivista interpella gli imprenditori, gli artisti, i dissidenti, i giovani e le donne che si trovano in un rischio e in una scommessa assoluta affinché testimonino del loro modo della vita. Noi narriamo, facciamo scriviamo perché nel nostro processo linguistico narrativo ciascuno trova il modo della parola, dell’atto di parola, non dell’impossibile passaggio all’azione.
Noi proseguiamo con il modo della fede, che procede dal modo dall’apertura, non con la fede in noi stessi, che ci porta alla guerra contro il nostro spettro. Il modo della fede, anche della fiducia, che non è un’aspettativa soggettiva, ma è una proprietà narrativa, è il modo dell’operare costruttivo, del pensiero libero, libero di operare per la scrittura. Come potrebbero scriversi l’esperienza, la memoria come ricerca e come impresa senza la fiducia, senza il modo di operare dell’idea che non sappiamo di avere, del pensiero che non conosciamo? Per restare libero, il pensiero non può divenire pensiero della relazione, essere il buon pensiero o il cattivo pensiero. Chi sta all’arbitrio del buon pensiero si studia, si cruccia, si fa soggetto algebrico: è chi pensa al tribunale, abolendo il tempo, affidandosi alla sommarietà, anticipando la pena. Chi sta all’arbitrio del cattivo pensiero si colloca nel regime penitenziario, si fa soggetto geometrico: è chi pensa al carcere, fermando il tempo, affidandosi alla frammentarietà, anticipando la fine. Sono due modalità che si frappongono contro il modo della parola: sono due modalità della volontà ideale nella sua realizzazione, sono due modalità dell’egualitarismo, in ossequio al nullismo ideale.
Noi dimoriamo nella parola. Noi troviamo il modo, in virtù della difficoltà assoluta e della semplicità assoluta, noi troviamo il modo della parola: è il modo altro, il modo nuovo, e non sarà mai lo stesso modo, non sarà mai il modo uguale, non sarà mai il modo identico, simile, opposto, analogo. Nell’atto, noi siamo sicuri: siamo sicuri del modo, il modo non mancherà, noi non mancheremo il modo. Nell’atto, noi redigiamo la realtà: è il nostro compito, è il nostro contributo alla modernità.
Il Forum è stato organizzato dal dipartimento “Il capitale intellettuale” (Associazione culturale Progetto Emilia Romagna) e dalla rivista “La città del secondo rinascimento” – in collaborazione con il Laboratorio Aperto Modena e con il contributo di Finmasi Group, Gape Due Spa, M.D. Micro Detectors e TEC Eurolab –, per dare un contributo alla trasformazione scientifica, culturale e artistica che migliaia di imprese nel nostro paese hanno urgenza di attuare: eccellenze del made in Italy con un patrimonio intellettuale di dimensioni inestimabili, indipendente dalla loro dimensione economica. In un momento in cui siamo chiamati a inventare nuovi modi di vivere e di lavorare in ciascun ambito della società, occorre valorizzare tale patrimonio, avvalendosi delle nuove tecnologie, organizzando filiere integrate e dando ai giovani l’opportunità di cimentarsi nel mestiere di imprenditore, prima che migliaia di aziende vengano cedute per mancato passaggio generazionale. Il Forum è stato l’occasione per ascoltare il racconto – anche attraverso video e immagini – di protagonisti della trasformazione in vari ambiti, che stanno costruendo l’impresa, la casa, la città, la nazione dell’avvenire, grazie alla macchina, alla tecnica, all’invenzione e all’arte, ovvero all’ingegno e all’industria della parola.
A gli inizi degli anni settanta, il termine “dispositivo” entra nel dibattito filosofico e ideologico a proposito dell’incidenza del potere politico e economico nella società attraverso le strutture linguistiche e discorsive. Jean-François Lyotard, nella sua analisi dell’“economia libidinale”, basata su una concezione del sociale come molteplicità di flussi di energie e di forze pulsionali, introduceva la nozione di dispositivo pulsionale come macchina che “ordina l’orientamento dei flussi energetici sul campo di iscrizione del linguaggio”. Lyotard giungeva a cogliere una contrapposizione tra forze e flussi sistematizzati o codificati e forze e flussi sregolati, dispersi, come nel caso dell’arte, che sfuggono alla macchina del “Dispositivo Tecnico Globale” (DTG). Secondo Lyotard, questo DTG tende, in particolare nel campo artistico e educativo, a un’accumulazione programmata e codificata delle energie estetiche e sociali, a una loro finalizzazione economica e sociale. In un’intervista apparsa nel 1977, Michel Foucault riprende la questione: “Per dispositivo intendo una specie, diciamo, di formazione che, in un dato momento storico, ha avuto [...] una funzione strategica dominante [...]: si tratta di una certa manipolazione di rapporti di forze, di un intervento razionale e concertato in questi rapporti di forze, sia per svilupparle in una tal certa direzione, sia per bloccarle, oppure per stabilizzarle, utilizzarle”. Già nel suo libro del 1973, Sorvegliare e punire, i dispositivi sono l’insieme di tecniche discorsive di governo per controllare e dirigere le condotte degli umani che con la borghesia illuministica s’incarnano in alcune strutture, come le scuole o le prigioni. In particolare, in questo libro, Foucault scriveva che la società sta diventando una società della pena, al punto che la stessa sorveglianza diventa la pena: una società sottoposta all’occhio, alla visione, all’osservanza, che ha come modello il Panopticon, il carcere circolare progettato dal filosofo Jeremy Bentham, in cui ciascun carcerato poteva essere costantemente osservato da un sorvegliante posto in una torretta al centro, senza che il detenuto potesse stabilire se fosse sorvegliato o meno. Per Foucault questo dispositivo segregativo, dove la sorveglianza diviene pena, è il dispositivo modello della società penitenziaria borghese, in cui le istituzioni, l’ospedale, le imprese sono permeate dall’esigenza di osservanza e di punizione, una punizione attraverso il controllo dei presunti rapporti di forze, per una gestione di quel che disturba, le “masse proletarie”, i “diversi”, i “malati mentali”. Non a caso questo modello fu applicato, tra l’altro, nel Worchester Insane Asylum, nel Massachusetts, nell’ospedale psichiatrico di San Niccolò di Siena, nel carcere di Santo Stefano, vicino a Ventotene, e nella fabbrica gestita dallo stesso Bentham. Nella nostra epoca, questi dispositivi segregativi sono stati aboliti? Con la globalizzazione e la laicizzazione non esistono più, come la classe operaia e la società borghese, come gli stati socialisti e i vecchi nazionalismi, la destra e la sinistra? Oggi la sicurezza è garantita, idealmente, dalla casta, dalla banda, dalla compagnia, dalla comunità, dalla burocrazia. La sicurezza sociale, la tutela della salute pubblica, le esigenze della comunità, il primato del bene comune: la casta mira all’abolizione del singolare, della proprietà, dell’impresa, del diritto civile e della ragione civile. Urkommunismus, scrive Armando Verdiglione. La massa si è singolarizzata, parcellizzata, frammentata: importa il singolarismo, ognuno è sottomesso in quanto inchiodato e incatenato nella sua precarietà, pronto a essere depredato, rieducato, punito. Anche ciascuna impresa, anche ciascuna associazione. Fine dei partiti, del parlamento, della politica: la comunità ha preso il posto della società, la burocrazia, penale e carceraria, ha sostituito il diritto. La società del penalpopulismo, in cui il giustizialismo raggiunge vertici prima inarrivabili, è la società come metastasi del tribunale politico e del carcere, non viceversa, come credeva Foucault. Nel trionfo del tribunale penale e del carcere, del penalpopulismo di stato e di governo, ognuno, nel singolarismo, si fa tribunale e carcere. E (si) fa da sé, senza bisogno di dispositivi di parola, di maestri e di medici, di ricerca e di impresa, di finanza e di scienza: abolita, idealmente, la parola, ognuno scarica e si ricarica, si informa e si conforma nella rete. Non più navigante, ora ognuno è naufrago, aggrappato al suo relitto, precarizzato, nomadizzato: il migrante è lo specchio della deportazione di ognuno, per questo è intollerabile, e gli è precluso il porto. Nella sua precarietà, ognuno deve controllarsi, osservarsi, guardarsi, interrogarsi, preoccuparsi, curarsi, stare in pena, salvarsi: questi gli imperativi dei dispositivi sociali, corpoterapeutici e psicoterapeutici, conformisti e conformanti nell’era presente, nell’era in cui tutto deve essere presente e rappresentato, osservabile e controllato, misurato e corretto per lasciar credere all’idea di un potere invisibile, iniziatico, misterico, onnivedente e onnipotente, nel cui nome s’instaura il potere presente. “Allah osserva ogni cosa” (Sura XXXIII): allora tutto va osservato, dal protocollo ministeriale alle prescrizioni mediche, dalle regole sociali alla dieta alimentare. Ognuno, da sé, da solo, da salvo, deve fare la sua parte, nella parcellizzazione, mentre la casta assicura il suo bene come bene comune, la casta che è professionista dell’anticasta. “L’allarmismo è la candidatura della tirannide al governo del mondo e la giustificazione del becchino” (Armando Verdiglione). L’osservanza è finalizzata alla prevenzione sociale, che diventa pena anticipata, forma generale di repressione e di salvezza. Il potere di sorveglianza è preventivo, produce sottomissione e conformismo. Penalpopulismo: ogni cosa è un possibile reato, tutto diventa penalizzabile. Scrive il procuratore capo Gian Carlo Caselli (marzo 2017): “È compito del magistrato darsi da fare per migliorare la realtà che sta dietro i reati, prevenirne altri”. E il presidente cinese Xi Jinping (ottobre 2017): “Abbiamo rafforzato su tutti i piani la direzione e l’edificazione del Partito per prevenire e correggere con grande fermezza ogni manifestazione di rilassamento e di lassismo nella gestione del Partito”. La correzione preventiva è la pena anticipata che fonda il reato. Tutto è pena: la società della sorveglianza e della prevenzione è la società penale, trova nella pena la ragione stessa dell’esistenza. Gītagovinda: “Nell’acqua del sangue degli eroi tu lavi il mondo, rimosso il male e alleviata la pena dell’esistenza” (canto I, 10). La pena dell’esistenza giustifica la purificazione. Emil Cioran: “Non mi perdono di essere nato”. Dalla pena dell’esistenza all’essere in pena per la nascita: la pena dell’esistenza è l’esistenza come pena. Tolta la vita, ognuno sconta l’esistenza, che va purificata con l’obbligatorietà del trattamento sanitario, con l’obbligatorietà dell’azione penale e con l’obbligatorietà dell’azione penitenziaria. Questa la vita come pena, che poi diventa vita penale e vita penitenziaria: per la ca- sta sovrana occorre “marcire in carcere”, fino alla purificazione, allo svuotamento, alla trasparenza, al lavacro mistico e misterico del corpo e dell’anima. Fino alla salvezza, il colmo della sottomissione, la privazione della salute in nome della sa- lute pubblica. In nome del popolo sovrano, con il penalpopulismo il carcere non può essere abolito, anzi va incrementato, perché è il modello del dispositivo sociale, dell’annientamento della parola fino alla confisca della vita, dei suoi mezzi e delle sue proprietà, che deve colpire, in nome del bene della comunità, ogni settore della vita civile, dalla famiglia all’impresa, dalla scienza alla finanza. Dispositivo senza la parola, il carcere: incenerimento e rigenerazione, il ciclo di ogni rinnovamento. “Il vuoto in politica non esiste”: ecco gli uomini forti per colmarlo, l’uno riempiendo le carceri, l’altro trasformando l’Europa nel suo territorio di caccia. “Il diritto non tollera zone franche”: ecco il libero convincimento del giudice per turare le falle, trasformando in illegittimo quel che non era regolamentato. Quel che il discorso politico chiama “vuoto” e che il potere giudiziario chiama “zona franca” è il terreno del diritto dell’Altro e della ragione dell’Altro, dunque il terreno inoccupabile della libertà della parola, con i suoi dispositivi liberi: dispositivi della parola, ovvero dispositivi civili, politici, di associazione e d’impresa, dunque liberi dispositivi di forza e di direzione, organizzativi e finanziari, gestionali e amministrativi, di battaglia e di cura. Di- spositivi sovrani, nazionali, industriali, dispositivi di salute e di valore. Non c’è sovranismo populista, tanto meno penalpopulista. Il sovranismo esclude il penalismo e il populismo. Sovrana è la parola nel suo principio, la sovranità è virtù del principio della parola: per ciò sovrana l’idea che opera alla scrittura, sovrana la relazione, sovrana la dimensione, sovrana la condizione del viaggio, sovrana la funzione, sovrana la struttura. Sovrano ciascun elemento della parola. Sovranità: nessun dire sul dire. Sovrana non è la volonté générale, né sovrano è il suo potere. Rifarsi al popolo sovrano è attribuire la sovranità al nulla, a un’ipo- stasi, a un concetto illuministico-romantico, pronto per ogni dittatura. Questo sovranismo contro la parola è la forma più attuale di antioccidentalismo, antieuro- peismo, antiebraismo, anticattolicesimo. Solo i dispositivi della parola sono sovrani, consentono la sovranità dell’impresa, della famiglia, della nazione. Questi dispositivi non sono sistemi, inclusivi o esclusivi, che assimilano, parificano, omologano gli elementi mirando al controllo e all’equilibrio: come il sistema sociale, compendiato dal sistema carcerario, che riceve la sua giustificazione dal sistema giudiziario. Né i dispositivi sono rapporti, volti a risolvere la differenza in diversità per gestirla nei ruoli maestro-discepolo, padroneschiavo, medico-paziente, come fossero coppie senza la parola, oscillanti tra conflitto e armonia, alla ricerca di un compromesso fantasmatico che consenta empatia e compassione, cioè mantenga il pathos, la pena dell’esistenza, la sofferenza redentiva. Dipende dall’ideologia della redenzione l’immigrazionismo: l’occidente, l’ebraismo, la cristianità hanno peccato, devono redimersi, punirsi, prendersi la pena di promuovere lo svuotamento dell’Africa e l’invasione dell’Europa, una migrazione senza la parola, un viaggio circolare. L’immigrato è la vittima, dunque il redentore: per il suo viaggio occorre approntare dispositivi di inclusione o di respingimento: in entrambi i casi opera- zioni di sciacallaggio, cioè utili alle caste e alle bande per trarre profitto elettorale dallo sfruttamento economico e mediatico del naufrago. In entrambi i casi, il migrante, accolto o respinto, diventa ri- generatore sociale. Il dispositivo della parola è il dispositivo del viaggio che procede dall’apertura, non dal sistema che include o respinge. Dicendo e facendo, ricercando e intraprendendo, ciascuno è in viaggio, con i propri mezzi, con le sue proprietà linguistiche e intellettuali. Nulla è fer- mo e immobile, nessuna identità o ruolo sociale, parlando. La strada è propria del gerundio, la strada della parola. Parlando, ciascuno non può evitare il nomadismo, il viaggio in quanto intellettuale, la navigazione, l’infinito dell’itinerario. Nomadismo della ricerca e dell’impresa. Il gerundio è la migrazione senza più vittima, è il nomadismo della parola in- situabile, impadroneggiabile, dissidente. Cercando, facendo, vivendo: il dispositivo, il compito, la missione senza più pena. Non c’è più Dispositivo Tecnico Globale. I dispositivi della parola investono il progetto e il programma, e l’intero processo dell’esperienza in ciascuna sua fase, in ciascun settore, seguendo il ritmo. Quintiliano, maestro di retorica, traduce con dispositio il greco rythmos. Il dispositivo non è un contenitore, non è la prigione. Ciascuno diviene dispositivo del ritmo, che è costituito dall’itinerario. Nell’azienda, nell’università, nell’ospe- dale il ritmo non s’impianta automati- camente, esige i dispositivi della parola. Parlando, il ritmo della ricerca e il ritmo del fare, il ritmo del viaggio in direzione della qualità.